Un recente studio condotto dall’Università della California a San Diego, appena pubblicato su PLOS One, ha evidenziato un fenomeno interessante e potenzialmente controverso: gli scienziati accusati di molestie sessuali subiscono una significativa riduzione nelle citazioni delle loro pubblicazioni, mentre quelli accusati di cattiva condotta scientifica non mostrano un calo altrettanto marcato. Le citazioni sono considerate un indicatore dell’affidabilità e rilevanza delle ricerche pubblicate, perché nel citare un lavoro precedente gli scienziati riconoscono di averlo trovato utile per le proprie ricerche. Di riflesso, sono anche uno dei parametri quantitativi usati per valutare la qualità della produzione scientifica di ciascun ricercatore ai fini della carriera accademica e per l’ottenimento di finanziamenti.
L’analisi ha confrontato i dati di citazioni di 30 studiosi (15 accusati di molestie sessuali e 15 di cattiva condotta scientifica) con quelli di 142 colleghi privi di accuse, coprendo un periodo di tre anni dopo la divulgazione pubblica delle accuse. Sorprendentemente, mentre i ricercatori coinvolti in casi di molestie sessuali hanno visto un calo rilevante nelle citazioni, quelli accusati di violazioni dell’integrità scientifica non hanno subito penalizzazioni significative.
Questa discrepanza emerge nonostante un sondaggio tra accademici abbia indicato l’opposto: gli intervistati hanno dichiarato che sarebbero stati meno propensi a citare lavori di scienziati accusati di cattiva condotta scientifica rispetto a quelli accusati di molestie sessuali. Questo suggerisce una possibile discrepanza tra le intenzioni dichiarate e il comportamento effettivo nel mondo della ricerca.
Il dato solleva interrogativi di grande rilevanza, non solo etici ma anche epistemologici. L’integrità scientifica è un pilastro fondamentale della credibilità della ricerca e, teoricamente, una frode accademica dovrebbe minare la fiducia nei risultati di uno scienziato più di quanto possano farlo comportamenti discutibili nella sua vita privata. Tuttavia, il calo delle citazioni in seguito a accuse di molestie suggerisce che il mondo accademico risponda più fortemente a comportamenti socialmente inaccettabili che a violazioni delle buone pratiche della ricerca.
Gli autori dello studio ipotizzano che questo effetto possa derivare dal desiderio dei ricercatori di distanziarsi da colleghi coinvolti in scandali morali, anche a livello inconscio. Inoltre, più un autore è identificabile come responsabile principale di un articolo, maggiore è la penalizzazione in termini di citazioni, evidenziando una possibile strategia di rimozione sociale.
Questa ricerca invita a una riflessione più ampia sulla valutazione della rilevanza scientifica di un lavoro e sul ruolo della reputazione individuale nella diffusione del sapere. Se la cattiva condotta scientifica non influisce sulla visibilità di una pubblicazione, ciò potrebbe indicare una sottovalutazione della gravità del problema all’interno della comunità accademica. La credibilità della scienza si basa su trasparenza e rigore metodologico, ed episodi di frode possono compromettere l’intera struttura del sapere scientifico, forse anche più di un comportamento riprovevole sul piano personale.
Il dibattito rimane aperto: se l’accademia condanna la violazione di norme etiche personali più di quella delle norme scientifiche, si rischia di minare il principio fondamentale per cui il valore di una ricerca deve basarsi sulla sua validità metodologica e non solo sulla condotta morale dell’autore.
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